Il ruolo del latte materno nella protezione dallo sviluppo di patologie immunomediate
SOC Pediatria, Ospedale S. Andrea, ASL VC
Indirizzo per corrispondenza: elena.uga990@gmail.com
The role of breast milk in protecting the development of immune-mediated diseases
Key words
Human Milk, Infections, Immune system, Immune-mediated diseases, Immune tolerance
Abstract
The nutritional potential of human milk is universally known, but its biological potential is not. Research in recent years has revealed the presence of many cellular and humoral factors in human milk that interact with each other and with external factors in complex ways, playing an important role in the development of the immune system, acquisition of tolerance and protection from infectious and immune-mediated diseases.
Riassunto
Introduzione
Lo sviluppo della "tolleranza"
Conclusioni
Riassunto
Il potenziale nutrizionale del latte materno è universalmente noto, meno il suo potenziale biologico. La ricerca negli ultimi anni ha evidenziato la presenza di numerosi fattori umorali e cellulari nel latte umano che interagiscono in maniera complessa fra di loro e con gli agenti esterni, giocando un importante ruolo nello sviluppo del sistema immune e nell’acquisizione della tolleranza nonché nella protezione da patologie infettive e immunomediate.
Introduzione
Il potenziale nutrizionale del latte umano è ben noto, l’attenzione della ricerca si è negli ultimi anni spostata sul suo potenziale biologico. Il latte umano contiene innumerevoli elementi, cellulari e umorali, che interagiscono con i patogeni esterni e con il sistema immune giocando un importante ruolo nella protezione dallo sviluppo di patologie infettive (Tabella I e Tabella II) e immunomediate. Il sistema immunitario, per quanto inizi il suo sviluppo già precocemente durante vita embrionale e fetale, lo completa solo dopo i primi anni di vita1,2; il feto cresce in un ambiente sterile, con un sistema immune immaturo; durante la vita fetale vi è una scarsa produzione di immunoglobuline e citochine e un’immaturità dei linfociti T e B. Queste condizioni fanno sì che il neonato (e ancor più il pretermine) nasca immunologicamente fragile, aumentando il rischio di morbilità, mortalità e sequele neurologiche3,4. In questa delicatissima fase di fisiologica immaturità e suscettibilità agli agenti infettivi il bambino è protetto dalla madre. In utero, a partire dalla 22a settimana di gestazione, riceve per via transplacentare le IgG materne che lo proteggeranno anche dopo la nascita. Quando alla nascita improvvisamente il neonato si ritrova a contatto con l’ambiente esterno e con i germi potenzialmente patogeni in esso presenti, il colostro prima e il latte materno nelle settimane successive giocano un ruolo cruciale nel potenziare e modulare le risposte antinfettive del piccolo. Il ruolo protettivo dell’allattamento al seno nei confronti dello sviluppo di patologie infettive è un’acquisizione ormai consolidata da decenni. In aggiunta a questo dato numerosi studi epidemiologici suggeriscono, seppure con alcune controversie, un possibile ruolo protettivo dell’allattamento al seno nei confronti dello sviluppo di patologie immunomediate quali il diabete di tipo 15, la celiachia6, le malattie allergiche7, il rigetto post-trapianto8, la sclerosi multipla9, le MICI (malattie infiammatorie croniche intestinali)10.
0/1 mese
1 - 12 mesi
1
Diarrea 14
RR 4
- 10 RR Patologia
respiratoria 3,3
- 4,3 RR Otiti 8,6
RR 3,3
- 4,3 RR Tabella
I. Rischio Relativo di sviluppare patologia infettiva
nell’arco della vita da parte di lattanti alimentati
artificialmente a paragone di quelli allattati al seno (da voce
bibliografica 13). SIgA
(IgG, IgM, IgD, IgE) Lattoferrina Lisozima Oligosaccaridi Componenti
secretorie e cellulari Tabella
II. Fattori antiinfettivi nel latte materno Oltre
alla protezione dalle infezioni, i dati epidemiologici suggeriscono
un ruolo protettivo dell’allattamento al seno sullo sviluppo di
svariate patologie immunomediate. Una delle possibili spiegazioni a
questi dati potrebbe essere il ruolo di modulatore del latte materno
nello sviluppo del sistema immune del neonato, modulazione guidata da
vari fattori antigenici e bioattivi trasferiti dal latte della mamma
al neonato11. Nel latte umano infatti è stata
riscontrata la presenza, oltre alle varie sostanze immunomodulanti
già descritte, di insulina, gliadina ed altri allergeni
alimentari (come arachidi, ovalbunina, beta-lattoglobulina bovina) e
molecole HLA solubili di derivazione materna12. Tutte
queste proteine sono antigeni coinvolti nello sviluppo di patologie
autoimmuni. Alcuni studi in roditori hanno dimostrato come
l’induzione della tolleranza possa essere mediata
dall’assunzione per via orale di molecole antigeniche13.
Inoltre, sempre in roditori, è stato evidenziato come il
trasferimento di antigeni mediato dal latte materno prevenga la
risposta immune antigene-specifica così come lo sviluppo di
patologie allergiche14. In aggiunta il fisiologico
passaggio al neonato di molecole HLA durante la gravidanza e
l’allattamento riduce il rischio di rigetto dopo trapianto
semi-allogenico15. Un ruolo aggiuntivo giocato dal latte
materno nell’acquisizione della tolleranza è la sua
modulazione della flora microbica intestinale11; il
microbiota intestinale, infatti, gioca un ruolo centrale
nell’induzione della tolleranza orale. Sappiamo come
l’assunzione di latte materno influisca sulla tipologia
batterica del microbiota intestinale; nei bambini alimentati
artificialmente si evidenzia una prevalenza a livello di flora
batterica intestinale di enterobatteriacee, bacteroidi e clostridi
rispetto ai bifidobatteri e ai lattobacilli che sono risultati
prevalenti nell’allattato al seno16. La crescita dei
bifidobatteri e dei lattobacilli è favorita dalla presenza
degli oligosaccaridi tipici del latte materno, dalla presenza dei
numerosi fattori antiinfettivi, e, in aggiunta, di recente è
stata identificata la presenza di recettori solubili per i patogeni
(come il CD14 e il TLR2) che potrebbero influenzare la colonizzazione
batterica17,18
(Tabella
III).
Alcune evidenze suggeriscono come l’aumentata permeabilità
intestinale, tipica nel periodo neonatale, possa essere un fattore
implicato nella patogenesi di malattie associate a un difetto di
tolleranza (come il diabete di tipo 1, la celiachia e le allergie
alimentari)19. Nel latte materno sono presenti numerosi
fattori di crescita che favorendo la maturazione dell’intestino
neonatale ne riducono la permeabilità e quindi il passaggio di
antigeni. Fra questi si possono enumerare L’EGF (Epidermal
Growth Factor)20, il TGF-beta21 e la frazione solubile
del TLR222. In aggiunta a questi meccanismi la presenza di
immunoglobuline nel latte materno aiuta a modulare la risposta
antigenica: le SIgA legano l’antigene riducendone
l’assorbimento, mentre una quota antigenica legata alle IgG
presenti nel latte materno attraverserà la barriera
intestinale dopo essersi legata al FcR (recettore per il frammento
cristallizzabile anticorpale) e verrà processata dalle APC
(Antigen Presentig Cells) neonatali che indurranno la
maturazione di cellule T regolatorie11. Dunque questi sono
alcuni dei meccanismi che potrebbero essere alla base del ruolo
protettivo che l’allattamento al seno svolge sullo sviluppo di
patologie immunomediate, ma vediamo nel dettaglio i dati riguardanti
le singole patologie. Fattori
coinvolti nella induzione della tolleranza per via orale Fattori
del latte materno probabilmente coinvolti nell’acquisizione
della tolleranza nel neonato Esposizione
ad antigeni >
Antigeni presenti nel latte materno: antigeni
alimentari auto-antigeni antigeni
materni allogenici antigeni
respiratori >
Digestione materna di antigeni alimentari >
IgG e IgA materne (che si legano specificamente ad antigeni) Molecole
“tollerogene” >
Molecole “tollerogene: TGF-beta, IL-10, Vit A, acidi grassi >
Molecole “infiammatorie: TNF-alfa, IL-6, IL-1, INF-gamma,
IL-4, IL-5, IL13 Microbiota
intestinale >IgA
materne, lisozima, lattoferrina, oligosaccaridi, nucleotidi, CD-14
solubile, TLR2 solubile, batteri presenti nel latte materno Permeabilità
intestinale >
Fattori di crescita: EGF, eritropoietina, IGF, HGF >
Fatturi salutari: EGF, TGF-beta, TLR2 solubile Tabella
III. Possibili fattori coinvolti nella tolleranza indotta
attraverso il latte materno (da voce bibliografica 7). Il legame
tra diabete di tipo 1 e abitudini alimentari infantili è stato
descritto più di 20 anni fa23. In tempi più
recenti si è evidenziato come l’incidenza del diabete di
tipo 1 sia in costante rapido incremento in popolazioni geneticamente
stabili; la correlazione fra il mancato allattamento al seno e
l’aumento dell’incidenza del diabete di tipo 1 è
stata sottolineata da alcuni Autori1 che hanno visto come
non allattare al seno aumentava il rischio di sviluppo della
patologia (OR = 1,93 [95% IC:1,33-2,80]), mentre allattare al seno
più di 12 mesi era protettivo (OR = 0,42 [95% CI: 0,22-0,81]).
In un lavoro meno recente è stata messa a confronto,
nell’ambito di una popolazione di soggetti geneticamente
predisposti a sviluppare diabete di tipo 1 (HLA DQ A1 e HLA DQ B1),
la durata dell’allattamento al seno esclusivo tra i soggetti
che hanno sviluppato la patologia rispetto a quelli che non l’hanno
sviluppata. L’alimentazione artificiale sin dalla nascita
rivelava un rischio molto alto di sviluppare diabete di tipo 1 a
confronto del gruppo con lo stesso rischio genetico, ma che era
allattato al seno esclusivamente per 3 mesi o più24.
Per quanto riguarda l’associazione fra alimentazione al biberon
e insorgenza di diabete di tipo 1 sono state ipotizzati vari
meccanismi patogenetici, fra i quali la precoce introduzione di
proteine del latte vaccino o di cibi solidi e la mancata esposizione
a fattori protettivi contenuti nel latte materno25.
Sebbene la letteratura scientifica sia abbastanza concorde nel
ritenere l’allattamento al seno protettivo nei confronti dello
sviluppo del IDDM, i numerosi fattori confondenti e i potenziali bias
presenti non ci permettono di trarre dei dati conclusivi26;
qualora questi dati fossero ulteriormente confermati da studi futuri
le implicazioni riguardo a interventi di promozione dell’allattamento
materno nei bambini a rischio sarebbero sostanziali. Da uno
studio epidemiologico condotto in Svezia27 è emerso
che l’aumentata incidenza dei casi di morbo celiaco era in
relazione diretta con la variazione nelle raccomandazioni dietetiche
per i bambini e l’uso di formule di proseguimento contenenti
glutine. L’incidenza del morbo celiaco era significativamente
inferiore nei soggetti che erano ancora allattati al seno al momento
dell’introduzione del glutine nella dieta [odds ratio adattata
(OR): 0,59; 95% CI: 0,42, 0,83]. Una meta-analisi della letteratura14
riportava una incidenza di più del doppio del morbo celiaco
nei lattanti che avevano ricevuto sostituti del latte materno prima
dei 6 mesi e non assumevano latte materno durante l’introduzione
di cibi contenenti glutine. Quindi attualmente la raccomandazione è
di allattare esclusivamente al seno i piccoli per 6 mesi e continuare
l’allattamento durante, e per parecchi mesi dopo,
l’introduzione di glutine nella dieta. Le
patologie allergiche sono conseguenti a una complessa interazione di
fattori genetici e ambientali (come l’alimentazione nella prima
infanzia, l’esposizione a fumo passivo di sigaretta,
l’esposizione ad allergeni domestici come gli acari della
polvere o il pelo di animali) che giocano un ruolo importante, ma
complesso da definire, nel rischio di sviluppare atopia28.
Il ruolo dell’allattamento materno in questa complessa rete di
interazioni è stato negli anni ampiamente dibattuto29,30.
Alcuni lavori considerano l’allattamento al seno un importate
fattore protettivo per lo sviluppo di atopia10, mentre
altri non considerano l’allattamento al seno un fattore
protettivo o addirittura ne ipotizzano un ruolo negativo
nell’incremento del rischio31. In generale si tratta
di studi non randomizzati, retrospettivi o osservazionali, e
complessivamente non conclusivi. Ovviamente l’impossibilità
a randomizzare l’allattamento rende molto difficile il
determinare dati conclusivi in tal senso10. Partendo da
queste considerazioni prima Friedman32 e poi in un recente
simposio Misak33 fanno proprie le posizioni del WHO (World
Healt Organisation, che consiglia l’allattamento al seno
esclusivo fino a sei mesi) e dell’EPSGHAN (European Society
for Paediatric Gastroenerology Hepatology and a Nutricion, che
consiglia l’allattamento al seno esclusivo per 4-6 mesi)
ribadendo come l’allattamento esclusivo al seno per un minimo
di 4-6 mesi possa essere considerato a tutt’oggi la più
importante misura preventiva per lo sviluppo di allergie nei pazienti
ad alto rischio. A supporto di tali considerazioni riportiamo i
risultati inerenti ad uno studio condotto su adolescenti asmatici che
ha dimostrato come la funzionalità respiratoria di adolescenti
che hanno introdotto il latte formulato entro i primi 2 mesi di vita
fosse significativamente ridotta quando paragonata a controlli che
sono stati allattati al seno in modo esclusivo per più di 4
mesi34. La presenza di fattori di crescita e citochine nel
latte materno in grado di influenzare lo sviluppo alveolare
comportando un aumento della capacità polmonare totale
potrebbe spiegare la differenza di funzionalità respiratoria
fra i due gruppi. Altri studi concordano che ci sia una relazione
inversa dose-dipendente tra la durata dell’allattamento al seno
e il prolungamento del wheezing (dispnea) nella prima infanzia. Lo
studio di Kull35 dimostrava che essere allattati
esclusivamente al seno per meno di 4 mesi e l’introduzione
precoce di cibi/bevande complementari dopo solo 3-4 mesi di
allattamento esclusivo aumentavano il rischio di asma all’età
di 4 anni. Elliot36 ha dimostrato una protezione simile
contro la dispnea per i primi 3 anni, ma non a 7-8 anni. Tuttavia
ricordiamo che non tutti gli studi dimostrano questi effetti
protettivi30. La diminuzione del rischio di dispnea spesso
evidenziata negli studi potrebbe essere il risultato di una
protezione contro le malattie virali fornita da latte materno. Uno
dei principali motivi per cui i lavori che analizzano il rapporto fra
alimentazione al seno e sviluppo di allergie sono inconclusivi è
la complessità delle interazioni fra componenti immunologiche
contenute nel latte materno e il sistema immune del lattante32;
infatti così come alcuni elementi potrebbero proteggere il
bambino dallo sviluppo di atopia, altre potrebbero, teoricamente,
agire in senso opposto. (Tabella
IV). Ad esempio è noto come le SIgA, legandosi
agli antigeni, possano ridurne l’assorbimento intestinale;
bassi livelli di SIgA sono infatti stati associati a un aumentato
rischio di sviluppo di allergia alle proteine del latte vaccino37.
Come già trattato, un altro fattore fondamentale
nell’immunogenicità del latte materno sono le varie
citochine in esso presenti. In particolare IL-4, IL-5 e IL-13, le
citochine maggiormente coinvolte nella produzione di IgE e
nell’attivazione degli eosinofili, sono più
rappresentate nel latte di mamme allergiche rispetto a quelle non
allergiche38. D’altro canto citochine come il
TGF-beta e la componente solubile del CD-14, stimolando la risposta
TH-1, potrebbero giocare un ruolo protettivo verso lo sviluppo di
allergie32. Anche la presenza di acidi grassi polinsaturi
e di poliamine è stato ipotizzato giochi un ruolo protettivo
nello sviluppo di allergie39. Non è comunque chiaro
come come questi meccanismi agiscano nell’immunomodulazione e
nella protezione dalle allergie32. Poliamine
- 6 anni
Lo
sviluppo della “tolleranza” nel neonato e il ruolo
dell'allattamento nella patogenesi di patologie immunomediate
Diabete
di tipo 1
Celiachia
Patologie
allergiche
Favorenti Protettivi Antigeni Antigeni sensibilizzanti Antigeni “tollerogeni” Citochine IL-4, IL-5, IL-13 TGF-beta, CD14 solubile Immunoglobuline SIgA specifiche contro ovalbumina Acidi grassi poliinsaturi Acido arachidonico C22:4n-6 C22:5n-6 Acido eicosapentenoico Acido docosapentenoico Acido alfa-linoleico Acidi grassi n- Chemochine RANTES IL-8 Proteine derivate dalla degranulazione degli eosinofili Proteina cationica eosinofila Poliamine ’ Spermina Spermidina
Spermina
Spermidina
Tabella IV. Possibili fattori favorenti o protettivi verso lo sviluppo di allergia alimentare (da voce bibliografica 30).
Sclerosi multipla
Per lo sviluppo della normale mielina sono necessari gli acidi grassi essenziali. Una volta che il processo di demielizzazione tipico della sclerosi multipla è iniziato può continuare fino a che tutta la mielina formatasi sia stata distrutta. Ne consegue che la prevenzione per la sclerosi multipla dovrebbe essere basata soprattutto su misure dietetiche che assicurino un apporto sufficiente di grassi acidi essenziali e vitamine, durante la gravidanza e l’infanzia. L’allattamento al seno viene quindi considerato un importante fattore preventivo per lo sviluppo di sclerosi multipla in quanto, fornendo un adeguato apporto di acidi grassi essenziali, favorisce lo sviluppo e la stabilizzazione della mielina9.
Malattie infiammatorie croniche intestinali
Parecchi studi sono stati in grado di collegare il modo di alimentare i bambini all’insorgenza di MICI, dimostrando che l’insorgenza di MICI era più probabile fra i bambini alimentati artificialmente che fra gli allattati al seno10. Un recentissimo studio caso-controllo su una coorte danese ha confermato il ruolo protettivo dell’allattamento sulle MICI40, e, in particolare, alcuni autori hanno evidenziato un possibile ruolo protettivo dell’allattamento al seno nell’insorgenza di MICI a esordio precoce. Due ipotesi potrebbero spiegare questa associazione:
- i bambini alimentati artificialmente hanno più infezioni gastrointestinali (potenzialmente implicate nella patogenesi della malattia)41;
- i bambini alimentati artificialmente soffrono del mancato precoce sviluppo e maturazione della mucosa gastrointestinale stimolate dal latte materno42.
Per determinare un rapporto definito sono necessarie altre ricerche, ma una sufficiente evidenza è stata presentata per far sì che una raccolta di dati sull’alimentazione venga attuata nei futuri studi eziologici10.
Neoplasie
In senso lato anche l’insorgenza di tumori è regolata dal sistema immunitario, nel senso che sono le nostre difese immunitarie la prima barriera contro la proliferazione di cloni di cellule tumorali. Una review del 2005, che ha incluso 26 studi, ha suggerito che i bambini alimentati con latte materno avessero un rischio ridotto del 9% per lo sviluppo di leucemia linfoblastica acuta, del 24% per linfoma di Hodgkin e del 41% per neuroblastoma43. È stato quindi da più Autori ipotizzato che la modulazione regolata dal latte materno nello sviluppo del sistema immune del neonato possa fungere da fattore protettivo contro possibili insulti cancerogeni o fornire una prima barriera contro la proliferazione di cloni di cellule tumorali44. è stato evidenziato come in bambini alimentati con latte di formula vi sia un incremento di danni al DNA di linfociti del sangue periferico45; altri possibili meccanismi attraverso i quali il latte materno potrebbe proteggere dallo sviluppo di cellule tumorali sono il rafforzamento dello sviluppo delle difese immunitarie nel bambino allattato al seno, la protezione da agenti infettivi possibili cancerogeni10 e la presenza nel latte materno di fattori, come l’HAMLET, in grado di distruggere le cellule tumorali46.
Conclusioni
Oliver Wendell Holmes, Giudice della Corte Suprema statunitense (1809-1894) disse che “un bel paio di ghiandole mammarie superano i due emisferi del cervello del più istruito professore nellʼarte della composizione di un liquido nutritivo per lattanti”; già nel XVIII secolo era quindi ben chiara la necessità di promuovere l’alimentazione al seno dei neonati. Oggi il ruolo giocato dal latte umano nella prevenzione e nella protezione verso lo sviluppo di malattie infettive è universalmente riconosciuto, ma i dati epidemiologici depongono a favore di un ruolo protettivo giocato dal latte umano anche nello sviluppo di numerose patologie immunomediate. Negli ultimi decenni l’aumento delle conoscenze sulla complessa interazione fra sistema immune materno e sistema immune del neonato nonché sullo sviluppo della tolleranza, in parte mediato anche dall’assunzione di latte materno, ha posto le basi per ipotizzare i meccanismi che potrebbero essere alla base di questo ruolo protettivo. Queste acquisizioni non fanno che consolidare la necessità di promuovere ed implementare politiche a sostegno dell’allattamento al seno sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati.
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